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24/05/2004 laboratorio tenuto da Angie
Divagazioni sulla poesia
NOZIONI GENERALI SULLA POESIA
ELEMENTI CHE CARATTERIZZANO I COMPONIMENTI POETICI
PROSA E VERSO: due termini apparentemente
lontani ma che hanno tra loro un legame; infatti, il termine verso deriva
dal latino “vertere”, cioè voltata, solco e quindi linea,
filare o riga; quindi rigo sia in prosa che in poesia. In latino vi era
la definizione “oratio soluta” ossia discorso sciolto, mentre
“oratio prosa” stava ad indicare un discorso che prosegue diritto
senza voltate. Il termine prosa è aggettivo formato da “pro”
e “versus” – al femminile “proversa”, da cui
“prorsa” e quindi “prosa”.
VERSO: è l’insieme di parole ordinate in modo da soddisfare precise regole, relative sia al numero totale delle sillabe delle parole che lo compongono sia al ritmo che governa tali sillabe.
RITMO: dal greco, significa
movimento uniforme, ritmico come il battito cardiaco, per esempio, cioè
caratterizzato da intervalli regolari che si alternano allo scandirsi dell’evento.
Sul ritmo è fondato il motivo musicale, così come il movimento
del corpo nella danza; in effetti il ritmo del verso originariamente era
legato al ritmo musicale, poi ha acquisito un’autonomia propria e
regole particolari.
Il verso italiano consiste in una regolata successione alternata di sillabe
toniche ed atone, e ha la sua conclusione sull’ultima sillaba tonica
del verso stesso.
METRICA: arte metrica, studia le regole su cui si fonda il ritmo caratteristico di ogni tipo di verso, fornendo la tecnica per la composizione dei versi e del loro raggruppamento in strofe, seguendo l’esperienza dei vari poeti dal secolo XIII ad oggi.
STRUTTURA SILLABICA DEL VERSO: il tipo di verso si identifica secondo il numero di sillabe che lo compongono: si va dal trisillabo o ternario fino all’endecasillabo.
STROFE: è l’insieme di un certo numero di versi e rappresenta una parte di un periodo ritmico. Si parte da un gruppo di due versi, generalmente endecasillabi, detto distico, per arrivare alla terzina, quartina, sestina, ottava, ed infine nona rima. In alcuni casi (canzone e ode) i versi di una strofe possono essere di vario tipo, cioè si possono mescolare versi con diverso numero di sillabe, purché tutti parisillabi o imparisillabi.
RIMA: particolare elemento
melodico di corrispondenza tra due o più versi. Due o più
versi hanno la stessa rima quando le loro rispettive ultime parole coincidono
nelle parti finali a cominciare dalla vocale su cui cade l’accento
tonico.
Esistono vari tipi di rime:
- BACIATA – Schema AA BB
- ALTERNATA – Schema ABABAB
- CHIUSA o INCROCIATA – Schema AB BA (tipica delle quartine)
- INCATENATA – Schema ABA BCB CDC (molto usata da Dante)
PRINCIPALI TIPOLOGIE DI COMPONIMENTI POETICI
BALLATA E CANZONE: la ballata
(o canzone a ballo) è un componimento lirico dei più antichi
nella storia della nostra poesia. La struttura metrica è legata al
motivo musicale sul quale si cantavano i versi durante la danza. La ballata
è formata da una o più stanze (strofe) di uguale struttura
metrica, e da una ripresa (che poteva essere di quattro versi o di tre o
di due o di uno), che era cantata in coro da danzanti in cerchio, al principio
del ballo, e poi era ripetuta, sempre in coro, alla fine di ogni stanza,
che era cantata in assolo da chi guidava la danza.
La canzone è composta di un numero indeterminato di stanze di uguale
struttura metrica, senza ripresa.
SONETTO: è molto probabile che la struttura metrica del sonetto derivi dalla stanza di canzone. Come la ballata e la canzone, anche il sonetto (lo suggerisce del resto lo stesso nome) era legato in origine ad un motivo musicale. Nella forma più comune il sonetto si compone di 14 versi endecasillabi suddivisi in due quartine e due terzine. La corrispondenza delle rime è varia.
MADRIGALE: ancora incerta è l’etimologia di madrigale. Scartata ormai l’ipotesi di una sua relazione con “mandria”, ci si orienta verso la base “matricole” con riferimento a canto, o all’uso materno, cioè in volgare, o cantato nella chiesa madre. E’ un breve componimento che ebbe molta fortuna dal secolo XIV al secolo XVIII, non solo dal lato poetico ma anche musicale. La forma metrica più comune che si venne stabilizzando con poeti d’arte, quali Petrarca e Sacchetti, nel secolo XIV, consisteva in due o tre strofe di tre endecasillabi con rapporti vari di rima, seguiti da due endecasillabi a rima baciata che potevano essere raddoppiati con rapporto di rima alterna.
ODE e INNO: la fortuna della canzone lirica - di argomento
amoroso, morale, civile, religioso - nella struttura metrica usata da Dante
e Petrarca, declina tra il secolo XVI e XVII, quando si tentano nuovi schemi
metrici, meno rigidi, adatti ad una maggiore libertà nella costruzione
della strofe.
Il metro della canzonetta usato nel secolo XVII (strofe uguali di versi
brevi variamente disposti con rapporti di rima) è alla base del metro
assunto poi dall’ode (parola greca che significa canto), che, dal
Parini in poi, diventa il componimento lirico che sostituisce la vecchia
canzone. Come nella canzone, l’argomento dell’ode può
essere morale, civile, religioso, amoroso; prende il nome di inno (parola
di origine greca anche questa, ossia canto in onore di qualcuno, specialmente
degli dei, dei sovrani ecc.), se di contenuto patriottico o religioso. Non
esiste schema metrico costante per tutte le odi o per tutti gli inni. Il
poeta è libero di creare per ogni ode o per ogni inno un particolare
tipo di strofe, cui però deve rimanere fedele per tutto il componimento.
VERSO SCIOLTO E METRI LIBERI:
le forme metriche chiuse, ossia costrette in un determinato sistema strofico,
per lo più con corrispondenze di rima, fin dal secolo XVI furono
considerate come un impedimento alla libera espressione del pensiero e del
sentimento. Fu allora proposto da Gian Giorgio TRISSINO l’uso del
verso sciolto, ossia libero dai legami della strofe e della rima, soprattutto
dell’endecasillabo, per la poesia narrativa e per la tragedia. Dopo
di lui molti usarono l’endecasillabo sciolto, che nel secolo XVIII
fu consacrato dall’arte del Parini nel “Giorno”, ed in
seguito da Foscolo nei “Sepolcri” e nelle “Grazie”.
Dal verso sciolto al metro libero, all’uso, cioè, di versi
consecutivi di misura varia e in numero indeterminato e senza impedimenti
né di strofe né di rima obbligata, secondo la libera ispirazione
del poeta, il passo non è breve, e lo dimostra il fatto che il verso
sciolto ha potuto convivere senza contrasti per secoli con le forme metriche
chiuse; ma l’uno e l’altro muovono dalla medesima esigenza di
maggior libertà nella scelta della forma poetica.
Molti dei nostri poeti contemporanei sono decisamente per l’uso dei
metri liberi, in cui si era felicemente provato già D’Annunzio
(esempio “La pioggia nel pineto”).
Non bisogna aver pregiudizi sul metro libero. Se chi lo usa è un
vero poeta, la poesia, grande o piccola, non mancherà certo, come
non manca in questo piccolo capolavoro di Aldo Palazzeschi:
Tre casettine
dai tetti aguzzi,
un verde praticello,
un esiguo ruscello: Rio Bò,
un vigile cipresso.
Microscopico paese, non è vero?
Paese da nulla, ma però,
c’è sempre di sopra una stella,
una grande magnifica stella.
Occhieggia con la punta del cipresso
di Rio Bò.
Una stella innamorata! Chi sa
se nemmeno ce l’ha
una grande città.
STILISTICA: studio delle
varie possibilità di espressione per comunicare pensieri, sentimenti
o ideali. Un medesimo concetto si può, infatti, verbalizzare in maniere
differenti secondo le proprie sensazioni ed anche secondo l’effetto
che si vuole sortire sul lettore. La stilistica si differenzia dalla grammatica
che, invece, attraverso la fonologia e la sintassi, serve per scrivere in
maniera corretta, uniforme e conforme alle regole della lingua.
Lo stile personale, pertanto, si acquisisce e si sviluppa attraverso la
lettura e lo studio delle opere e l’arricchimento del proprio vocabolario,
senza necessariamente seguire norme particolari.
Dello stile più in generale fanno parte le FIGURE RETORICHE, strumento
interessante poiché rappresenta un modo semplice e fantasioso di
descrivere fatti o esprimere sentimenti, sensazioni ed emozioni. Pur essendo
principalmente usato da scrittori e poeti, il linguaggio figurato ha origini
umili perché nasce dall’uomo privo di cultura, ed è
pertanto spontaneo ed istintivo.
I due tipi di figure retoriche diffusi sono i TRASLATI (trasferimento di significato) e le FIGURE (di pensiero, costrutto e grammaticali):
- METAFORA: è un traslato
che trasferisce il significato di una locuzione ad un’altra simile.
Per esempio: “CAPELLI D’ORO” equivale a dire “CAPELLI
BIONDI COME L’ORO”.
- ALLEGORIA: è una metafora o similitudine continuata. Utilizza i simboli e si verifica quando si dice una cosa per intenderne un’altra. Molti esempi di allegorie si trovano nella Divina Commedia.
- METONIMIA: è l’uso di un termine per sostituirne un altro che ha però una certa attinenza con il primo, sia come dipendenza di collegamento che come causa-effetto. Esempi: “ho letto tutto l’Ariosto” (per indicare di aver letto tute le opere dell’autore) oppure “Si guadagna la vita con il sudore della fronte”.
- ANTONOMASIA: è la sostituzione del nome proprio con un appellativo generico (esempio: quanto diciamo IL DIVINO POETA intendiamo DANTE).
- IPERBOLE: esagerazione
di un concetto, sia in piccolo che in grande.
Esempi: “Non muoversi per l’eternità” oppure “Ti
riduco in polvere”.
- LITOTE: frase espressa in forma negativa per esprimere il concetto contrario.
Nei “Promessi sposi” il Manzoni parla di Don Abbondio affermando
che “non aveva certo un cuor di leone” per dire che era pauroso.
- IRONIA: traslato con cui si attribuisce alle parole un significato differente o addirittura opposto al loro senso generale. Se diciamo a qualcuno “Grazie per il bel servizio che mi hai reso!” si intende ironicamente dire che ci ha messi in un pasticcio. L’ironia presuppone in chi la fa un atteggiamento benevolo, atto soltanto ad evidenziare difetti ed errori; quando però essa assume toni amari ed aspri, allora prende il nome di SARCASMO.
- EUFEMISMO: è un traslato con cui si minimizza, si smorza il tono di un concetto o di un fatto che si vuole esprimere soltanto per non infierire, per motivi di pietà, pudore, delicatezza, educazione ecc. Esempio: si dice “il nostro caro amico ci ha lasciati” per non dire che è morto.
- SIMILITUDINE: è una sorta di metafora sciolta più o meno ampiamente nei suoi elementi comparativi di somiglianza. Molto usata come elegante ornamento in varie opere poetiche (ne troviamo nella Divina Commedia).
- ANTITESI: contrapposizione di un’idea ad un’altra contraria per esprimere meglio e rendere più chiaro ciò che si vuole comunicare. Fu assai utilizzata dai poeti del XVII secolo che volevano colpire il lettore con effetti speciali, ma anche Dante non disdegnava questa figura retorica.
- PERIFRASI: sostituzione di un termine con una frase, un giro di parole che servono per indicare ciò di cui vogliamo parlare. Esempio: Dante parla di “Colui che tutto il mondo illumina” per indicare semplicemente il sole.
- INTERROGAZIONE: l’interrogazione retorica differisce dalla normale interrogazione intesa come domanda diretta, atta a conoscere qualcosa che si ignora. Essa è una figura con cui in realtà si esprime un pensiero ben preciso, una convinzione, presentandola in modo più tenue, come a chiedere il parere del lettore.
GENERI LETTERARI INERENTI LA POESIA
In generale possiamo dire che, come nella prosa, anche in poesia si possono distinguere generi letterari diversi, per quanto questa distinzione non sia più, nelle opere attuali, così netta e così importante.
Poesia lirica: prende il
suo nome dallo strumento musicale (lira) con cui nell’antica Grecia
erano accompagnati i canti di brevi componimenti poetici caratterizzati
dal sentimento (amoroso, religioso, patriottico ecc.). In Italia essa fiorisce
già nel secolo XIII con la Scuola Siciliana ed il Dolce stil novo,
per proseguire poi con Petrarca nel secolo successivo.
Al genere lirico si può aggregare la poesia giocosa e satirica quando
non assume carattere narrativo.
Poesia narrativa: vi appartengono
i poemi epici nazionali che narrano le gesta eroiche appartenenti alla tradizione
ed alla storia di un popolo. Ricordiamo l’ILIADE e l’ODISSEA
per i Greci, e l’ENEIDE per i Romani.
Per l’Italia la Divina Commedia può essere considerata un poema
nazionale che racchiude in sé i tre generi di poesia lirica, narrativa
e drammatica.
Molto importante fu la poesia epico-cavalleresca, con contenuto fantastico,
diffusasi in Italia, ispirata alle avventure d’amore e guerra dei
paladini di Francia e dei cavalieri della Tavola rotonda di Re Artù.
Abbiamo poi la poesia narrativa con intento didascalico, ossia tesa all’insegnamento
ed alla morale, come ad esempio il poema di Lucrezio “De rerum natura”
oppure le “Georgiche” di Virgilio.
Infine anche la poesia narrativa può essere giocosa e satirica, come
ad esempio il “Giorno” del Parini.
Poesia drammatica: la tragedia
e la commedia, sia presso i Greci che presso i Latini, avevano sempre una
forma poetica, conservata in Italia fin quasi ai nostri tempi (soprattutto
per quanto riguarda la tragedia, poiché per la commedia si utilizzò
la prosa già nel secolo XVI).
Tra il secolo XVII e quello XVIII era molto di moda il melodramma, ossia
un dramma in versi accompagnato da musica e canto. Pietro Metastasio fu
il più acclamato autore di melodrammi.