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Intrecci - Chi siamo
LA CONTESSA.
Il tempo sembrava fermo sulla campagna:
il pomeriggio era assolato ed il silenzio regnava incontrastato,
interrotto ogni tanto dal tonfo di alcuni petali cadenti di una
rosa.
La porta- finestra era aperta e le bianche tende danzavano delicatamente
al leggero tocco del vento; i raggi penetrati illuminavano la camera
abbandonata e colpivano le pagine di un libro, dimenticato su una
sedia…
La pagina iniziava così:
"11. Kapitel:
Volk und Rasse
Es gibt Wahrheiten, die so sehr auf der Straße liegen,
daß
sie gerade deshalb von der gewöhnlichen Welt nicht gesehen
oder wenigstens nicht erkannt werden. Sie geht an solchen Binsenwahrheiten
manchmal wie blind vorbei und ist auf das höchste erstaunt,
wenn plötzlich jemand entdeckt, was doch alle wissen müßten.
Es liegen die Eier des Kolumbus zu Hunderttausenden herum, nur die
[…]"*
«Contessa, questa sera siete veramente stupenda! - bevve un sorso di un corposo vino rosso e riprese con la sua adulante parlata- Non posso credere che vostro marito vi abbia abbandonata anche questa sera… me lo ripeto spesso… il conte vi trascura… no, non permettete ai vostri meravigliosi occhi di rattristarvi, io non ve lo concedo!». La Contessa inclinò il capo con ostentata lentezza e ritrasse la decadente mano da quelle fredde e rigide del capitano. Non provava simpatia per quell'uomo, e la sua posizione non le lasciava la libertà di evitarlo.
La sala da ballo era riccamente decorata,
come, peraltro, ogni angolo della villa dei baroni. Erano antichi
amici della sua famiglia e nelle lontane estati della sua infanzia
trascorse con loro giorni felici. Ora, però, i loro rapporti
erano alquanto freddi: vi era una certa ostentata formalità
e la diffidenza dei presenti era palese, si provava disagio nel
dimostrare divertimento e nel piacere ad ogni costo, mancava la
sensazione di sicurezza, ne mancava la certezza.
Ma ancora ricordava quando con i suoi genitori partecipava a quelle
indimenticabili riunioni di amici spensierati con le loro risate
fragorose: gli adulti a fumare ed a parlottare, i bambini, invece
a giocare, a rincorrersi, gioiosi e felici, protetti dai loro cari,
certi e sereni del futuro, pronti a crescere, a ricompensare il
loro amore - desiderava sentire ancora quelle risate argentine e
dispettose lontane nel tempo - e poi verso la fine della serata,
a nascondersi per ascoltare i discorsi sussurrati dei grandi: l'assassinio
di Rosa e di Karl, Lenin e la rivoluzione dei Bolscevichi, l'umiliante
sconfitta nell'ultima cruenta guerra, il catastrofico crollo della
moneta e la vertiginosa crescita dell'inflazione, le morti di Rathenau
e di Erzberger.
Discorsi incomprensibili per le loro giovani menti, eppure interessanti
se non misteriosi…
Le parole del capitano la riportarono
al presente: «… “la legge della selezione naturale
è una di quelle verità semplici di cui spesso non
ci si accorge in quanto troppo ovvie: stanno ai lati di una strada
percorsa da folle di fretta che non degnano loro di uno sguardo.
Le specie sono sole, la Natura non vuole commistione di esse, favorisce
i più forti nell’ottica della prosecuzione di una specie
impedendo ai deboli e agli ibridi di generare specie che possano
con il loro proliferare infrangere tale legge, che per altro viene
violata solo in casi eccezionali come la cattività. La legge
della selezione naturale è una di quelle verità semplici
di cui spesso non ci si accorge in quanto troppo ovvie: stanno ai
lati di una strada percorsa da folle di fretta che non degnano loro
di uno sguardo […] Se la natura non vuole che gli individui
più deboli generino con i più forti, tanto meno auspica
che una razza superiore si mischi con una inferiore; poiché
in tal caso tutti i suoi sforzi, attraverso centinaia di migliaia
di anni, di stabilire una superiorità di specie nell’evoluzione,
sarebbero resi pressoché inutili”**
… ognuno di noi deve dare il proprio aiuto ed è giusto
tenere sotto controllo le menti deboli, tutti devono fare il proprio
dovere e bisogna anche denunciare; noi, bellissima Contessa, abbiamo
questo compito ingrato e non crediate che venga riconosciuto il
giusto peso del nostro dovere, oh, no! Dai civili siamo accusati
ingiustamente di arrecare ed dall’alto di lavorare poco…»
La serata danzante fu alquanto lunga e stancante, ma finalmente
rientrò a casa: ora era protetta nella sua casa, protetta
da suo marito, da quelle calde mura.
La villa era silenziosa e buia; conosceva perfettamente ogni centimetro
ed ogni angolo; si muoveva leggera, con naturalezza e senza esitazioni.
Raggiunse le cantine, bussò ritmicamente alla pesante porta
di legno, attese ed all'apertura entrò.
Suo marito le sorrise, le diede un bacio, le prese una mano e la
guidò nella penombra verso il lato più profondo.
Sussurri e movimenti concitati, volti stanchi e sporchi, guance
incavate, occhi arrossati ed assonnati, labbra serrate, unghie spezzate,
abiti dimessi e stropicciati, scarpe rovinate, valigie di cartone,
corpi tremolanti ed in sottofondo il rumore del motore di un camion.
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Note:
* estratti in lingua tedesca di A. HITLER, Mein
Kampf, 1924
** nella traduzione italiana A. HITLER, La mia battaglia