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Intrecci - Chi siamo
ISABELLE LA RICAMATRICE
"Donna che lavora a maglia" di
Françoise Duparc - seconda metà '700
Una giornata qualsiasi diventava radiosa
con un po’ di denaro nella tasca del grembiule. Questo doveva essere
il suo pensiero mentre usciva dalla bottega con il primo stipendio. Non
aveva dubbi sull’acquisto che avrebbe fatto immediatamente e, vedendo
una venditrice di uova sul lato opposto della strada, attraversò
e acquistò quattro uova.
Tornando a casa lungo la via, sorrideva e immaginava i suoi fratellini
e sua madre di fronte a quella prelibatezza. Non mangiavano da due giorni
e Cécile, la più piccola, rischiava di ammalarsi di nuovo.
A casa sua, se si può chiamare “casa” un tugurio umido
e asfittico preso in affitto a sessanta lire al mese, le uova erano un
lusso.
Non c’è dubbio sul fatto che i suoi capelli fossero di un
biondo prezioso ai miei occhi, ma il suo vestito verde era misero e logoro,
sembrava esserci cresciuta dentro. Ogni volta che l’orlo della gonna
si strappava o si sfilava, ne tagliava una strisciolina e lo ricuciva.
A lungo andare, il vestito si riduceva tanto che era necessario recuperare
un pezzo di stoffa dal rivenditore d’abiti o di stracci e aggiungere
un nuovo fondo alla sottana.
Prima di diventare mia moglie, era stata la mia vicina di casa quando,
nell’ ’85, fui assunto come redattore presso il Mercure e
andai ad abitare in rue Saint Antoine. Faceva la ricamatrice, eseguiva
i suoi lavori in casa o, saltuariamente, presso la bottega di Monsieur
Nadar in rue Saint Martin. Allora si chiamava Isabelle Genévrière,
ma era conosciuta da tutti come Isabelle la ricamatrice. Aveva imparato
la sua arte da una vicina di casa che l’aveva cresciuta e che badava
anche ad altri marmocchi di madri lavoratrici.
Ricordo che ricevette il primo stipendio da Monsieur Nadar pochi giorni
dopo il mio trasloco. Ci conoscevamo appena quindi, e quel giorno la vidi
da lontano svoltare in rue de la Verrière. L’espressione
serena e trasognata del suo viso e l’involto bianco che stringeva
gelosamente al petto attrassero la mia curiosità. Non mi accorsi
della carrozza che girava l’angolo poco dopo di lei, i cavalli lanciati
in una folle corsa. Il passaggio di bestie scalpitanti e ruote inesorabili
fu così fulmineo e inaspettato che io non avevo nemmeno udito il
loro rumore. Isabelle si voltò indietro un attimo prima di essere
travolta e si scansò rapidamente per evitare la carrozza, che la
spinse verso il muro di un palazzo. Isabelle cadde a terra, il veicolo,
già fuori dalla sua vista, proseguì indisturbato verso il
Grand Arsenal e le uova si ruppero sulla strada lastricata. Corsi subito
verso Isabelle, per offrirle una mano e aiutarla a rialzarsi. Lei non
mi vide subito, perché aveva gli occhi pieni di lacrime.
“Vi siete fatta male, Isabelle?”
Allora mi guardò, ma non so se mi vide. Forse aveva solo riconosciuto
la mia voce.
“Siete voi, Victor. Avete visto da qualche parte le mie uova?”
Mossi lentamente il braccio e gliele indicai. Frammenti di guscio e tuorli
disfatti galleggiavano sugli albumi che scivolavano lentamente lungo i
solchi delle lastre di pietra su rue de la Verrière. Isabelle era
impegnata in un pietoso tentativo di ricomporre quel marasma liquido e
appiccicoso. Le posai una mano sulla spalla destra e l’aiutai a
rimettersi in piedi. Poi le porsi il mio fazzoletto, vergognandomi perché
era di fine batista candido e c’erano anche le mie iniziali ricamate
in un angolo. Lei lo guardò e scosse la testa, si asciugò
le mani e le lacrime sul grembiule.
“Non voglio sporcare il vostro bel fazzoletto. Grazie, Victor”.
Guardò ancora mestamente le sue uova. Un cane randagio si era avvicinato
per leccarle.
“E adesso dovrò comprare qualcos’altro da mangiare.
Ma non più le uova, altrimenti il denaro non basterà fino
al giorno del prossimo stipendio. Vedrò di trovare delle patate.
Che peccato… ero ansiosa di vedere le facce di Alexandre e Cécile
quando avrei dato loro un uovo ciascuno…”
“Non ci pensate più, andiamo a comprare le patate”
proposi.
“Mi accompagnate? Victor, mi dovete spiegare come mai vi incontro
ogni volta che mi succede qualcosa di spiacevole”.
Infatti, una settimana prima l’avevo sorpresa a piangere sulla scala
del condominio perché non aveva soldi per il pane e sua madre era
rimasta improvvisamente senza lavoro. Le avevo prestato qualche moneta.
“A proposito! – riprese – Ecco le monete che mi avete
prestato. Ho ricevuto il primo stipendio e posso restituirvele”.
Non badai a queste ultime parole perché stavo pensando a quello
che aveva detto prima.
“Onestamente, Isabelle, credo sia difficile trovare una giornata
in cui voi non siate disperata.” Mi pentii subito di quelle parole.
Non volevo offenderla, ma lei non vi badò affatto.
“Oggi ero felice quando ho comprato le uova. E poi ho avuto il mio
primo stipendio!”
“Le cose andranno meglio, adesso avete un lavoro abbastanza sicuro”.
Rimanemmo in silenzio per tutto il tempo necessario a raggiungere la piazza
del mercato ed effettuare il suo modesto acquisto. Tornando verso casa
fu lei a rivolgermi di nuovo la parola.
“E voi, Victor? Siete scrittore, non è vero?”
“Come fate a saperlo?”
“Non so, mi sembrate uno che scrive. E poi avete la mano destra
sempre sporca d’inchiostro”
“Sì, sono scrittore e giornalista. Lavoro per il Mercure
de France”
“È una rivista letteraria”
“La conoscete!”
“Certo, ma sono anni che non la leggo più, ormai. Mi piacerebbe
leggere qualcosa che avete scritto voi. Siete un bravo scrittore?”
“Non saprei”
“Una volta leggevo moltissimo. Quando mio padre era ancora vivo.
Lui acquistava il Mercure ogni settimana. Era un appassionato di letteratura
antica e moderna, faceva il ripetitore di latino. È stato lui a
darmi un’istruzione”
“Vostro padre, il signor Genévrière, era ripetitore
di latino?”
“Non era il mio vero padre, ma per me era come se lo fosse”.
Sembrava pentita di avermi rivelato quel segreto familiare e la mia espressione
sorpresa non migliorava la situazione.
“Non dovete vergognarvene”
“Ecco… Marc Genévrière sposò mia madre
quando avevo otto anni ed è il padre di Alexandre e Cécile,
mio fratello e mia sorella. È morto quattro anni fa. Io non so
chi sia il mio vero padre”
“Nemmeno io ho conosciuto mio padre e come voi sono nato da madre
nubile”. Speravo, con queste ultime parole, di metterla a suo agio,
ma anche di farle capire che avevamo in comune molto più di quanto
lei credesse.
Non potevo fare a meno di notare che tutte le volte che mi incontrava
e quando parlavamo insieme, sul suo viso non appariva il minimo segno
di rossore. Il suo atteggiamento pareva sempre tranquillo e privo di imbarazzo.
Invece avrei voluto percepire un segnale di turbamento, anche lieve, illudermi
o scoprire che anche lei mi voleva bene. Forse anche lei, mentre lavorava
al telaio, pensava a me continuamente?
Seppi in seguito che quella sera, Isabelle trovò buone notizie
al suo ritorno a casa. Sua zia Flore era arrivata in città dalla
campagna, dove lavorava come cameriera nel palazzo di un nobile signore,
il quale poteva offrire un lavoro per tutta la famiglia. Isabelle, sua
madre e i fratellini ancora bambini avrebbero potuto trasferirsi in una
dimora decorosa e prestare servizio presso una famiglia nobile, in cui
presto ci sarebbe stato un matrimonio e quindi necessità di un
maggior numero di servitori. La madre disoccupata di Isabelle era risoluta
a partire il prima possibile con la sorella Flore: un’occasione
simile era da prendere al volo!
Isabelle era docile, una figlia ubbidiente. Ma nessuno avrebbe potuto
convincerla a lasciare Parigi per fare da serva ai nobili, nemmeno una
prospettiva così vantaggiosa. Sua madre tentò di tutto per
persuaderla a partire con loro. Forse fu anche colpa mia, perché
il giorno successivo al nostro incontro le avevo portato da leggere alcuni
articoli sulla libertà e contro la schiavitù degli uomini
che avevo scritto, ispirato dalle letture di certi pensatori inglesi e
dalle opere di Jean-Jacques Rousseau. Alcuni giorni dopo, la signora Genévrière
partì con i suoi due bambini e Isabelle la ricamatrice rimase sola
nella stanzetta del sottotetto del mio palazzo.
La notizia giunse ben presto alle orecchie del proprietario della soffitta,
il quale cominciò inspiegabilmente a temere di non ricevere più
i soldi dell’affitto. Una sera, mentre correggevo un articolo seduto
al tavolo della cucina, sentii la sua voce dal pianerottolo. Si stava
lamentando con una mia vicina e doveva essere proprio in prossimità
della mia porta.
“Figurarsi, quella ragazza sola! Potrebbe spendere tutti i soldi
che guadagna per i suoi capricci, ora che la madre e i fratellini si sono
sistemati! Mi sono informato, ho saputo che il suo è un lavoro
precario! Chi mi dà la sicurezza di ricevere sempre i soldi? E
poi, una volta senza lavoro, una ragazza abbandonata a se stessa…
andrà ben presto incontro alla corruzione dello spirito! Che dirà
la gente di me, che do alloggio ad una poco di buono?”.
Non conosceva Isabelle ed evidentemente aveva intenzione di sistemare
nella soffitta qualcun altro, che avrebbe pagato più di lei. Presto
l’avvertì che aveva intenzione di sfrattarla. Isabelle era
stupefatta e disperata, cercai di aiutarla parlando anch’io con
il suo padrone di casa, ma non servì a niente.
La sera prima del giorno in cui avrebbe dovuto abbandonare la stanza,
Isabelle bussò alla mia porta e mi consegnò una giacca che
avevo affidato alla sua perizia perché necessitava di alcuni rammendi.
Non volle essere pagata, nonostante la mia insistenza. Seppi che non aveva
trovato una nuova sistemazione e allora tentai di risolvere il suo problema…
e il mio, con una mossa un po’ azzardata, forse. Il pensiero che
avrei potuto non rivederla più mi angosciava, ma non volevo ancora
farglielo intendere. Le proposi di stabilirsi, come sistemazione provvisoria,
nel mio alloggio di due stanze, finché non avrebbe trovato una
soluzione migliore.
“Sapete che sono un buon amico. Credo di essere una persona leale.
Potete fidarvi di me”.
Lei scuoteva la testa: “Non posso approfittare ancora una volta
della vostra generosità”
“E io non posso permettere che da domani dormiate sulla strada.
Una ragazza come voi… è troppo pericoloso!”.
La feci sedere nella stanza che usavo come cucina e come studio, spostando
dal tavolo le mie carte, e discutemmo per quasi un’ora. Alla fine
la convinsi, ma aggiunse che si sarebbe occupata lei della cucina e delle
pulizie, per ripagarmi in qualche modo.
Il giorno seguente l’aiutai a trasportare il suo mobilio di infimo
valore nella mia cucina. Il tutto si riduceva a qualche stoviglia in terraglia
e latta, due bicchieri, due sedie, un tavolaccio e un lettuccio con corredo
di lenzuola e coperta per l’inverno. C’era anche una cesta
dove teneva la biancheria personale, uno scialle e una mantella per l’inverno,
un paio di libri e la sua scatola per il cucito e il ricamo.Tutto ciò
occupava uno spazio esiguo nel mio soggiorno spazioso, dove lei volle
dormire, e io avrei avuto la camera da letto tutta per me.
Forse erano ben pochi gli uomini della mia condizione sociale e della
mia età (allora andavo per il ventidue) che si sarebbero interessati
alla sorte di una ragazza come lei e che avrebbero voluto conquistarla,
lo dico senza falsa modestia. I miei amici di allora mi canzonavano spesso
per questa mia bizzarra infatuazione, accompagnata da un lodevole spirito
di beneficenza, come la definivano loro. Non credo che fosse la carità
a guidare il mio agire in quel periodo, in realtà prima di tutto
avevo un chiaro e ben poco edificante secondo fine: l’amavo. Inoltre
sentivo che Isabelle la ricamatrice possedeva capacità innate che
le avrebbero consentito di migliorare la propria condizione sociale, se
solo qualcuno le avesse dato un minimo di aiuto, insomma: credevo in lei.
Ci alzavamo all’alba, lei per prima e io poco dopo. Cominciava a
scaldare il latte e a prepararmi qualcosa per il pranzo, mentre io scrivevo
o leggevo, distratto dalla sua presenza. Poi lei usciva per la spesa e
per andare a lavorare. Ci rivedevamo solo nel tardo pomeriggio, il suo
ritorno a casa era per me il fulcro della giornata e spesso, non riuscendo
ad attenderla pazientemente a casa, andavo ad aspettarla all’uscita
della bottega e tornavamo a casa insieme. Mi giustificavo dicendo che
avevo pensato di aiutarla a portare la spesa o che avevo sentito che c’erano
tumulti nelle strade: in quel periodo cominciarono ad essere all’ordine
del giorno.
Il prezzo del pane aumentava, così come l’affitto delle camere,
le tasse e tutto ciò che occorreva per vivere. Passò un
mese e Isabelle si era specializzata e aveva messo da parte i soldi per
acquistare un bel telaio da ricamo che sistemò sotto la finestra
della mia cucina. Quel benedetto telaio le permise di passare più
tempo a casa e anch’io cercai allora di portarmi il lavoro a casa
più spesso che potevo.
La sua presenza aveva mutato in modo drastico alcune delle mie abitudini.
Ero solito vivere in uno stato di confusione abbastanza comune tra gli
uomini di lettere e gli artisti. La mia casa era disordinata e polverosa.
Da quando Isabelle assunse la conduzione delle mie due stanze tutto sembrò
più lindo e piacevole, anche se qualche volta perdevo o faticavo
a trovare gli appunti che accatastavo di giorno in giorno. Inoltre non
misi più piede nell’osteria di mio zio, dove in passato mi
recavo sovente per mangiare e bere.
Vivevamo come fratelli, ma nei miei sogni ad occhi chiusi o aperti, lei
era mia moglie e nella realtà eravamo buoni amici. Capii presto
che ormai si fidava di me e in qualche modo si stava affezionando, i miei
panni erano sempre perfettamente lavati e rammendati, la mia cena era
calda e se tardavo a rincasare la sera, lei si preoccupava. Isabelle cominciò
anche ad aiutarmi nel lavoro. Presto avevo scoperto che aveva un’ottima
calligrafia, molto più elegante, chiara e leggibile della mia che
mi causava qualche alterco con il tipografo. Di notte, Isabelle riscriveva
sotto dettatura i miei articoli o parti del romanzo che stavo scrivendo
in quei giorni. Spesso mi dava anche consigli, con umiltà e timidezza,
quando mi vedeva incerto o nervoso.
Io naturalmente dimostravo di gradire molto la sua compagnia e tutto quello
che diceva o faceva. Ma anche dopo quasi due mesi di convivenza non riuscivo
a decifrare fino in fondo i suoi sentimenti nei miei confronti. Ero certo
che stesse bene a casa mia e che fosse serena, nonostante sentisse la
mancanza della madre e dei fratellini che non aveva più rivisto
da quando erano partiti. Sapevo che aveva una buona opinione di me, leggeva
volentieri quello che scrivevo, lo apprezzava e sicuramente conversava
con me con piacere. Doveva intuire i miei sentimenti nei suoi confronti
perché non sono mai riuscito a fingere e a mentire troppo bene,
il mio viso e i miei occhi in particolare non hanno mai appreso l’arte
del simulare. Quindi anche se non mi ero mai dichiarato, lei doveva sapere
perfettamente che prima o poi l’avrei fatto. Tanto più era
facile per lei leggere sul mio volto i miei pensieri, quanto meno io riuscivo
a leggere i suoi. Non potevo accettare ancora per molto una situazione
così precaria, ma non volevo nemmeno rivelarle i miei sentimenti
in modo banale. Aspettavo l’occasione giusta.
Una sera, sapendo che avrebbe ricevuto lo stipendio, andai ad aspettarla
all’uscita della bottega. Non ero tranquillo al pensiero di farle
percorrere la strada verso casa con quella somma di denaro in tasca. Lei
fu contenta di vedermi, ma restò in silenzio per tutto il tragitto
di ritorno. Quando arrivammo a casa, mi disse con voce bassa e nervosa
che doveva parlarmi di una cosa importante. Si sedette al tavolo e anch’io
presi una sedia senza dire niente. Se la mia bocca taceva, in realtà
la mia mente era in febbrile agitazione. Immaginavo già la notizia
terribile che, secondo me, stava per comunicarmi: che aveva trovato un
alloggio, una sistemazione adatta alle sue esigenze e presto se ne sarebbe
andata. Cercai di studiare la sua espressione, in quel momento era estremamente
seria e non prometteva niente di piacevole, ma quando cominciò
a parlare si sciolse in un sorriso inaspettato e curioso, vagamente teso.
“Con questo stipendio sono riuscita a mettere da parte la somma
necessaria per il mio primo viaggio! Finalmente potrò andare a
trovare mia madre. Oggi stesso le scriverò per annunciarle la mia
visita…”
Sorrisi risollevato, ma dovevo ascoltare qualcos’altro, lo capii
dal torcersi delle sue mani sul piano del tavolo.
“Non sono mai uscita da Parigi in vita mia. Il viaggio non sarà
molto lungo, ma…”
Tenni il fiato sospeso, la sua espressione era tornata grave e preoccupata.
“In realtà ho messo da parte i soldi necessari per un viaggio
in carrozza per due persone. Mi chiedevo se voi sareste così gentile
da accompagnarmi. Ho paura di viaggiare da sola, non mi sentirei tranquilla.
Quando sono con voi la gente mi tratta in modo diverso, con più
rispetto!”
Le sue guance si erano colorate di un rosa acceso, sotto la pelle chiarissima.
Il mio corpo si alzò e la mia bocca parlò senza che io me
ne rendessi conto. Per una volta, il mio intelletto era più tardo
del mio cuore.
“Certo che vi accompagnerò. Vi accompagnerei in capo al mondo,
Isabelle, se voi me lo chiedeste”.
I suoi occhi blu divennero più grandi, ma allo stesso tempo si
fecero più distanti. Sembrava paralizzata e mi sorpresi nel sentire
la sua voce sorprendentemente chiara.
“Cosa avete detto?”
“Che vi accompagnerei anche in capo al mondo”.
Si alzò e con estrema risolutezza aprì la porta di casa
e uscì fuori, prima che io riuscissi a mettere insieme due parole
per trattenerla. Mi affacciai alla finestra e la vidi uscire pallida e
rapida dal portone, ancora senza riuscire a dire nulla. Avrei potuto richiamarla
indietro in qualche modo, dire che non volevo spaventarla, che era solo
uno scherzo e che poteva fidarsi di me come aveva sempre fatto. Avrei
dovuto uscire immediatamente e correre per raggiungerla, per chiarirmi,
rassicurarla. Invece mi risedetti sulla sedia e guardai il piano del tavolo
in un sospiro che dovette durare quasi un’ora.
Non so esprimere in modo chiaro i pensieri che attraversarono la mia mente
in quei lunghi minuti. Amarezza, pentimento, rimorso, ansia sono parole
monche, solo parzialmente adatte. Passò più di un’ora
prima che provassi a distrarmi dedicandomi a qualcosa. Presi in mano alcuni
fogli, il calamaio e la mia penna, convinto che scrivere mi avrebbe aiutato
a non pensare. Mi sbagliavo, passai due ore a imbrattare il foglio di
scarabocchi intorno alle parole: Isabelle, mi dispiace.
In certi momenti il tempo scorre contro la nostra volontà, protervo
e spietato. Io non riuscivo più a stare seduto, l’unica cosa
che riuscivo a fare con un’abilità allarmante era accusarmi
di aver sbagliato tutto. Avevo commesso un errore a dichiararmi senza
un discorso introduttivo, in modo così avventato! L’avevo
ferita, avevo tradito la sua fiducia. Forse non l’avrei più
rivista, oppure sarebbe tornata per raccogliere i suoi averi e poi sarebbe
uscita dalla mia porta di nuovo e per sempre, esprimendo il desiderio
di non rivedermi mai più. Rischiavo di perdere la mia ragione di
vita, i miei sogni inespressi sarebbero diventati più insignificanti
della cenere nel mio camino, Isabelle la ricamatrice sarebbe uscita di
scena lasciando dietro di sé solo romantici ricordi.
Ormai era buio, decisi che prima di perdere totalmente la stima che avevo
in me stesso e di considerarmi un perfetto vigliacco, sarei uscito a cercarla.
Mentre mi dirigevo verso la porta, sentii bussare discretamente, come
solo una persona che conoscevo sapeva bussare. Volai ad aprire.
“Isabelle”mormorai.
Lei mi passò oltre e si mise dietro al tavolo.
Invece di dirle subito quanto ero contento che lei fosse tornata e che
prima non intendevo ferirla, l’accusai di avermi fatto stare in
pensiero.
“Si può sapere cosa vi è preso? Uscire a quest’ora,
quando si fa buio, da sola! E per così lungo tempo! Ho pensato
di tutto… stavo per venire a cercarvi. Temevo che vi fosse successo
qualcosa di grave e non me ne sarei stupito”.
Mi guardava, ma sembrava aver smarrito la capacità di udire, la
sua espressione era congelata mentre io riversavo su di lei la mia recente
angoscia. Quando riuscii a tacere lei era sempre lì, il tavolo
era ancora fra di noi, gli occhi di Isabelle su di me. Finalmente mi parlò:
“Ditelo di nuovo”
“Che cosa?”
“Quello che avete detto prima che me ne andassi”
“Vi amo, Isabelle. E ora fate come vi pare. Se non vorrete più
fidarvi di me e vorrete andare via da questa casa immediatamente, io capirò
e vi augurerò di essere felice”.
Trascurai di aggiungere che mi avrebbe lacerato il cuore, che non avrei
mai più desiderato un’altra compagna per la mia vita, perché
nessuna poteva scaldarmi il sangue come lei. Dirglielo sarebbe stata una
mossa meschina, oltre che banale, non volevo che si sentisse costretta
a rimanere solo per evitarmi un dolore. Volevo che fosse felice e che
si sentisse libera di scegliere, adesso e sempre.
“Ma se resterete, – continuai – io credo che accompagnandovi
da vostra madre coglierò l’occasione per chiederle la vostra
mano”.
Mi accorsi che la distanza tra me e lei si era ridotta ed il tavolo non
era più fra di noi, lei mi abbracciò di slancio e lasciò
che la baciassi sulla bocca, dimostrandomi un ardore che non avrei mai
immaginato. Solo allora compresi che mi amava anche lei e che si sarebbe
unita a me non solo perché le avrei garantito un futuro economicamente
più stabile, ma anche perché lentamente, con piccoli gesti,
con le parole e gli sguardi, come mi rivelò dopo, l’avevo
fatta sentire più ricca e più bella di una regina.