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Intrecci Letterari

APRILE 2009

JAMES BALLARD: chi è costui?

E' morto a 78 anni il maestro del cyberpunk, James Ballard. La fantascienza e la letteratura inglese perdono uno dei loro padri più visionari e capaci di interpretare ed anticipare il futuro (La mostra delle atrocità, il suo capolavoro, profetizzò la presidenza Reagan).

Lo ricordiamo per Crash (1973), il romanzo che ha eletto impietosamente gli incidenti stradali a simbolo della nostra era, in un ammasso di sangue ferro e carne. Un realismo catastrofico ma neanche troppo, visto che succede nei fine settimana sulle nostre strade. 

Ballard era nato a Shangai da una famiglia inglese e durante la Seconda Guerra Mondiale finì internato in un campo di prigionia giapponese, esperienza ricordata ne L'impero del sole, che insieme a Crash sono stati due successi anche al cinema (la sceneggiatura de L'impero del sole è opera del drammaturgo inglese Tom Stoppard, la regia di Crash quella magistrale di David Cronenberg).

Nel 2008 aveva confessato di avere una malattia terminale nelle pagine di I Miracoli della vita, la sua autobiografia.

 

Postato da Alekos

 

 

 

FILIPPO BETTO: chi è costui?

Nei giorni scorsi ho appreso della scomparsa di Filippo Betto, trentenne goriziano.

L'hanno trovato morto in casa la mattina di lunedì (il 6 aprile, ndr), in pieno centro a Treviso. Filippo Betto, lo scrittore di folgoranti racconti che era cresciuto all'ombra di Pier Vittorio Tondelli , se n'è andato così, in silenzio, nella sua casa di Piazzetta della Torre, nel capoluogo della Marca. Da alcuni anni lavorava come copy editor per Fabrica. Aveva 43 anni e per un po' era stato collaboratore del ”Piccolo”. L'inquietudine era il metronomo delle sue storie. Quella stessa inquietudine che, nella sua vita, funzionava come l'ago della bussola. Filippo Betto era nato ”per caso” a Gorizia. E così, per caso, aveva abitato molte altre città. Prima Bologna, dove si era laureato e che costituiva il posto ideale per mettere 300 chilometri buoni tra un'adolescenza trascorsa a Palmanova e la voglia di iniziare a vivere. Poi Milano, dove aveva preso contatto con le case editrici, con il mondo del lavoro. Poi ancora Roma, dove era finito a fare la naja e, più tardi, aveva iniziato a collaborare con Colors, la rivista di Benetton e Toscani. Poi ancora Trieste, per qualche anno, e infine Treviso. Ma la città che si era rivelata per lui un'ottima palestra, ma anche un luogo d'incontro fondamentale, era stata senza dubbio Bologna. Lì, infatti, aveva conosciuto uno dei più importanti scrittori italiani del secondo Novecento: quel Pier Vittorio Tondelli che prima di arrendersi, troppo in fretta, alla Morte, aveva regalato ai suoi lettori libri memorabili come Rimini, Altri libertini, Pao Pao. E che, attorno a sé, aveva fatto crescere un piccolo gruppo di giovani scrittori di indubbio talento. Gli under 25 che si ritrovarono raggruppati in un paio di indimenticate antologie. Betto aveva rinunciato a far parte degli under 25 perché non si sentiva pronto. «Consideravo i miei racconti ancora immaturi - raccontava -. Pier, con me, è stato un vero amico. Ha letto le mie cose dicendomi quando funzionavano, quando invece zoppicavano e perché. Con me è stato di una generosità straordinaria. Perché un conto è aiutare qualcuno a pubblicare un racconto, e basta. Diverso, invece, è far crescere, come scrittore, chi ti è vicino sempre. Chi viaggia con te, condivide le giornate con te».

Il debutto, per Betto, era avvenuto quando Tondelli non c'era ormai più. E il suo primo libro di racconti Certi giorni sono migliori di altri giorni, pubblicato da Marcos y Marcos, aveva raccolto subito il favore della critica e dei lettori. Poi era seguito un silenzio un po' troppo lungo, interrotto nel Duemila dal romanzo Convulsioni, uscito per Bompiani. Straziante monologo di una donna in viaggio per sfuggire al suo male. Negli ultimi anni, Betto si era dedicato con passione al suo lavoro per Fabrica. Nel 2007, con Skira, aveva pubblicato Il secolo veloce, una serie di interviste a personaggi famosi incentrate sul Novecento. Resta il ricordo di uno scrittore di grande talento, di un vulcano di idee, di un giovane uomo che amava il bello: fossero libri o film, sinfonie o quadri.

Di Filippo Betto possiedo un libro di racconti: Certi giorni sono migliori di altri giorni (Marcos y Marcos, Milano 1996, pp. 145, Lire 16.000). Colpiva lo sguardo personale, freddo di un giovane sulla nostra realtà: un malato che si avvia all'estremo congedo: Sono troppo stanco, ma se avessi appena un po' di vita, riscriverei il mio testamento, forse, anche se l'ultimo, le ultime disposizioni che dovevo dare le ho già date appena ho cominciato a stare male davvero... Sono perennemente stanco, sempre più stanco, debole. Una specie di torpore, a volte pesante, altre leggero come uno stordimento, una nausea come dopo una canna troppo forte... Vorrei le mie ciabatte. Vorrei la mia casa. Vorrei il mio letto da ragazzo, vorrei addormentarmi nel mio letto da ragazzo, vorrei l'abbraccio largo di mia nonna, vorrei setire i fianchi di mia madre... ; un tizio che mura vivo un professore universitario: ...Ha accompagnato il tuo corpo a terra, fino a che ti sei ritrovato disteso supino, le braccia lungo i fianchi, gli occhi chiusi. È tornato nella stanza accanto, trascinando, uno alla volta, quattro secchi pieni di una pasta nera, densa. Era cemento. Con una spatola, ha cominciato a stenderne uno strato di circa quattro o cinque centimetri su tutto il tuo corpo, solo gli occhi, le orecchie e le narici rimanevano scoperti, pochi minuti e il lavoro era terminato... ; una donna che ripensa al ragazzetto conosciuto in Sardegna: Sono tornata a casa verso le nove, stanca morta. Ho lavorato come una scema tutto il giorno in ufficio, praticamente un forno, l'aria condizionata si è rotta proprio stamattina, naturalmente mica poteva scegliere un altro momento, no proprio oggi il ventisei di agosto doveva saltare io lo dico da un pezzo, a farmi benedire dovrei andare, servisse almeno. La prima cosa che faccio da sempre appena rientro in casa è sentire se ci sono messaggi in segreteria, una specie di riflesso condizionato. Questa sera ce n'è uno. Io non commento, fate voi... ; una donna greca che vorrebbe costringere una giovane appena conosciuta a rinchiudersi con lei e il figlio che non si alza mai dal letto in un eremo: La casa era una villa abbastanza grande che in un tempo non antico, nei primi anni Venti forse, poteva essere stata la residenza comoda di una famiglia borghese piuttosto agiata, con un giardino silenzioso e una vegetazione abbastanza fitta e incolta da invaderlo completamente. Mi chiedevo come quella donna fosse arrivata ad abitare quel luogo...

Postato da Alekos

 

 

ANDREA CAMILLERI - La Pensione Eva - Sellerio

Ciao popolo di intrecci!
E' già da qualche giorno che volevo scrivere quanto leggerete, ma poi rimanda che ti rimanda.
Ma stasera no.
Voglio intanto ringraziare Miss D. per averci donato i suoi libri tra i quali ho preso, La Pensione Eva di Camilleri.

Avevi ragione Miss D. in effetti a dirmi che è un libro carino! Nonostante io abbia dovuto rileggermi alcune frasi più volte perchè i vocaboli in siciliano sono in dura competizione con quelli in italiano dal punto di vista di comprensibilità , ovviamente la mia...;)) ebben, l'ho trovato scorrevole.
Mi ha divertito la storia di questi tre amici di Vigàta, il protagonista Nenè, Ciccio e Jacolino, che maturano a poco a poco la loro esistenza, accantonando esperienze che, in un modo o in un altro, conducono il pensiero e l'agire ad una casa d'appuntamenti (appunto Pensione Eva), dalla e nella quale tutto, per loro, ha avuto inizio: la loro scoperta della vita, è iniziata con l'approccio sessuale che si è poi trasformato in profondi sentimenti come l'amicizia con queste giovani donne che ogni 15 giorni cambiavano, con l'amore verso qualcuna di loro hanno provato e la sua successiva sofferenza per non poterlo vivere con libertà, sino a raggiungere anche la morte per esso.
Il tutto contornato dalle vicissitudini di Nenè vissute dall'età di 10 anni, passando per l'adolescenza, sino ad arrivar ad essere adulto, tra libri, tabù e guerra.
Inizia dagli anni '30 e finisce verso il 1943.
Ancora grazie, Miss D.
Vostra Lady Fantasy

 

Postato da LadyFantasy

 

 

 

L'UOMO CHE SOPRAVVISSE DUE VOLTE - MISHIMA

Ciao...
avevo letto anch'io questa notizia giorni fa, e anch'io l'avevo trovata incredibile...
però, giacché hai tirato fuori l'argomento e ne hai parlato a lungo, pur sostenendo che non c'entra con l'associazione, provo a rientrare in argomento con questa suggestione: e se il signor Tsutomu Yamaguchi fosse un alieno?
Lo so che starete pensando che sparo cazzate, ma mi serve per introdurre un romanzo di Yukio Mishima che avevo letto anni fa e che mi è tornato in mente leggendo questa mail.

Avevo già letto qualcosa di Mishima che mi era piaciuta sì e no... Nonostante questo, quando vidi questo romanzo non esitai a comprarlo, perchè un romanzo di fantascienza scritto da una specie di samurai davvero non riuscivo a immaginarmelo e la faccenda mi incuriosì non poco. Il romanzo in questione, per chi non lo conosca, si intitola Stella meravigliosa e a grandi linee, per quel che mi ricordo, parla di una famiglia che durante un'escursione su una collina prossima alla città, ha un incontro ravvicinato del terzo tipo, sì, proprio con un ufo... beh... non vado oltre... Nei miei ricordi il romanzo si trascina un po' stancamente fino a che nel finale Mishima tira fuori una angoscia dovuta alla paura di un'incombente catastrofe nucleare per cui l'intero pianeta è a rischio...e questa tirata finale me la ricordo mozzafiato, densa, drammatica, emotiva e piena di spunti e di argomentazioni sul valore dell'intera umanità. Pensiamo a un romanzo scritto da un giapponese con il suo vissuto sulla questione atomica in tempi di guerra fredda... credo che possa valer la pena di leggerlo ancora oggi, che il mondo continua ad esser sempre sull'orlo della catastrofe e della sua possibile distruzione per mano degli uomini... buona serata!


Postato da Nico.Hats

 

 

L'UOMO CHE SOPRAVVISSE DUE VOLTE

Ciao Intrecciati!!!
Non c'entra molto con la nostra associazione, a meno che non si veda il collegamento tra me e l'evento, no non ero lì al momento dell'esplosione, ma ho letto qualche anno fa un ottimo libro a riguardo e l'avevo commentato durante un incontro...
cmq questa è la notizia:
L'uomo che è sopravvissuto due volte. Alle bombe atomiche di Luciano Gulli

Se un giorno si scoprirà che Tsutomu Yamaguchi è morto per sbadataggine, investito da un tram mentre attraversava la strada, o ucciso da un raffreddore trascurato, o dalla puntura di una vespa, non ci stupiremo. Vorrà dire che era destino, e che la vita straordinaria di un uomo già di per sé straordinario doveva in qualche modo trovare una via più banale per uscire di scena.
Tsutomu Yamaguchi è un hibakusha. Così, in Giappone, si chiamano i sopravvissuti alla bomba atomica. Lo straordinario, nella vicenda già straordinaria di quest'uomo che oggi ha 93 anni, è che Yamaguchi è un hibakusha due volte. Già, perché era a Hiroshima il 6 agosto del 1945, quando gli americani sganciarono la prima bomba atomica, ed era a Nagasaki, qualche giorno più tardi, quando gli americani mollarono la seconda.
Ma è solo ora, nell'anno di grazia 2009, sessantaquattro anni dopo quegli eventi, che le autorità si accingono a ufficializzare la storia, conferendo a Tsutomu un titolo che gli consentirà di entrare nel Guinness dei primati. Incerta la casella di attribuzione: il più grande sfigato del mondo? O, visto il risultato, tutto sommato lusinghiero, l'uomo più fortunato del pianeta? E se fosse: «L'uomo che (sopra)visse due volte?»
In sei decenni, Yamaguchi non ha ancora sciolto l'enigma. «Sapete la storia del bicchiere, no? -, ha sempre detto sorridendo a chi gli domandava come si sentiva -. Per qualcuno è mezzo pieno. Per altri mezzo vuoto. Dipende dallo stato d'animo, dalle stagioni della vita... Ultimamente, però, propendo per il bicchiere mezzo pieno».
Fino a oggi, Tsutomu aveva la patente di "grande invalido" riconosciutagli a suo tempo per essere scampato alla bomba di Nagasaki. «Sotto il profilo pensionistico e assistenziale naturalmente non cambia nulla - dicono al Comune e alla prefettura di Nagasaki -. Mica gli si può dare pensione e assistenza doppia, a uno così. Sarebbe ridicolo. Ma insomma, sotto il profilo storico, una certa differenza la fa».
Andò così. Yamaguchi, ingegnere della Mitsubishi, quel 6 agosto del 1945 era per lavoro a Hiroshima. Solo tre chilometri lo separarono dalla palla di fuoco che improvvisa si accese nel cielo. L'Enola Gay aveva appena sganciato quella che giocosamente era stata ribattezzata Little Boy. Fu una catastrofe spaventosa: i palazzi spazzati via dall'onda d'urto, le piramidi di morti e feriti, gli ustionati, i morti per radiazione. Lui, Tsutomu, si ebbe certe brutte bruciature sul lato sinistro del corpo. Ma non così invalidanti da impedirgli di mettersi in viaggio, qualche giorno dopo, per Nagasaki. Raccontano le cronache che più delle bruciature, l'ingegner Yamaguchi patì in seguito gli effetti delle radiazioni da cui fu colpito attraversando un'area lontana solo due chilometri dalla stazione ferroviaria da cui partì.
L'incubo si ripetè tre giorni dopo, quando gli americani sganciarono su Nagasaki la seconda terrificante bomba atomica, quella cui diedero il nome di Fat Man, il grassone. La bomba, che conteneva 6,4 chili di plutonio 239, esplose a circa 470 metri d'altezza sulla zona industriale della città, vicino a fabbriche d'armi. Fu una fortuna, in un certo senso. La bomba, caduta a circa quattro chilometri dall'obiettivo, che era il centro della città, salvò gran parte di Nagasaki, protetta dalle colline circostanti. Il conto delle vittime restò tuttavia enorme. Secondo la maggior parte delle valutazioni, circa quarantamila dei 240mila abitanti della città vennero uccisi all'istante, e oltre 55mila rimasero feriti. Il numero totale degli abitanti uccisi viene comunque valutato intorno agli 80mila, incluse le persone esposte alle radiazioni nei mesi seguenti. A Nagasaki, Tsutomu Yamaguchi calcola di essere stato a tre chilometri dal punto dell'esplosione, ma erano nel pieno dell'area colpita dalle radiazioni i familiari che il giorno 13 di quel mese lui andò a cercare, assorbendo le radiazioni che erano nell'aria. Molti ci lasciarono la vita, o ebbero comunque cancri e malattie orrende che li portarono alla tomba di lì a qualche anno. Lui, l'uomo che sopravvisse due volte, è ancora qui a raccontarla.


Postato da Auryn

 

 

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