
L'auto era lanciata a tutta velocità.
Il
mio corpo bruciava, l'agitazione mi asciugava la gola ed il sudore mi annebbiava
la vista.
Mentalmente ripetevo frasi sconnesse tipo: "Devo correre! Giungerò
in tempo, sì, ce la farò".
Percepivo la realtà in maniera frammentata; tanti
piccoli quadri dipinti ma scollegati si scontravano lentamente con i miei occhi
ed alcuni oggetti o particolari delle scene attiravano la mia attenzione: la
corsa in auto, quelle scale ripide e sconnesse, il rumore del legno
all'abbattimento della porta, la visione nella semioscurità degli arredi e dei
soprammobili rovinati ed impolverati.
All'improvviso, il filmato riprese a
scorrere velocemente e ritrovai la verità davanti a me.
I suoi occhi
lasciavano trasparire la paura, era panico puro, la sua mente lavorava per
trovare in tutta fretta la soluzione giusta per la fuga, ma ormai sapeva di
essere in trappola.
Il suo sguardo si spostò dai miei occhi al fagotto che
tratteneva con il braccio sinistro e mi urlò: "No, non hai via uscita...
pagherai per ciò che hai fatto! "
Adagiò dolcemente il fagotto sul divano,
s’inginocchiò, abbassò il capo e mi disse: " Mi aiuti... lei non può
capire…"
Un muto flash rosso e giallo illuminò la stanza; la mia mente
intontita e frastornata non sentì lo sparo.
Qualcuno mi scosse e mi diede da
bere. E poi finalmente ricordai.
Mi diressi verso il divano, presi in
braccio il piccolo corpo, lo accarezzai, controllai che stesse bene e riuscii a
balbettare: "Grazie di non aver ucciso mio nipote".
postato da Miss
Darroway
Riuscì a scavalcare il balcone per finire sul
tetto vicino e nessuno si accorse della sua assenza.
Intorno, dalla stanza
riecheggiavano alcune voci e prorompenti risate sguaiate: i suoi genitori ed
alcuni sconosciuti. Una sensazione di disgusto s’insinuò, provocandole un
tormento allo stomaco. Nulla avrebbe mai potuto trattenerla. Era buio ed era
necessaria una certa circospezione. Quella notte mite rendeva tutto molto più
facile: era un invito da non rifiutare e presto sarebbe stata nascosta dalla
notte. L’aria era perfino profumata, la brezza la rendeva leggera: poteva volare
ed atterrare come quella svitata con l’ombrello nero e la consunta borsa
marrone. Per un attimo fermò tutto e si accorse di non ricordarne il nome eppure
l’aveva vista la sera prima in televisione. Si riprese con decisione: “non posso
fermarmi per una cretinata simile!”
Si guardò attorno: nessun punto era
quello giusto per saltare. Allungò il collo prima a destra, poi a sinistra.
L’indecisione aumentò.
Vi erano in lontananza poche anime a passeggio nella
strada sottostante.
“Chiamare e chiedere di aiutarmi a scendere? Già, come
se i miei genitori fossero sordi! Che idee intelligenti...”
Eppure un salto
simile dovrebbe essere una banalità: una rincorsa decisa e veloce, lo stacco al
termine del tetto, armonia dei movimenti durante il volo e poi un atterraggio
elastico con eventuale caduta sul sedere.
Bene fino in fondo al tetto... no.
non staccare gli occhi... più veloce... più veloce... una rincorsa decisa...
ora... stacca il piede ora...
Morì sul marciapiede.
Un uomo con il
cappello ed il cappotto grigio che passava di là la prese in braccio.
“Bene.
Nessuno si è accorto di nulla. Ora la porto a casa.“
postato da Miss
Darroway